
La Rete delle Università Italiane per la Pace plaude con grande gioia al conferimento del Premio Nobel per la Pace 2026 all’avvocata e magistrata sudafricana Navanethem “Navi” Pillay per i suoi sforzi per promuovere la pace e il diritto internazionale.
Nella motivazione si afferma che il Premio Nobel è andato ad una persona che “con eccezionale coraggio e integrità, ha aperto la strada a un ordine giuridico globale più completo”, svolto “un ruolo determinante nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio vengano perseguiti”, chiamato “gli Stati e i leaders nazionali a rispondere delle proprie azioni, e portato speranza alle vittime”.
Navi Pillay ha ricoperto il ruolo di giudice presso l’Alta Corte del Sudafrica, il Tribunale penale internazionale per il Ruanda e la Corte penale internazionale. È stata Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e, fino a poco tempo fa, ha presieduto la Commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati che ha concluso in modo inequivocabile che le forze armate e il governo di Israele hanno commesso un genocidio contro i Palestinesi della Striscia di Gaza, tra il 7 ottobre 2023 e il 31 luglio 2025. Oggi Navi Pillay è giudice presso la Corte Internazionale di Giustizia.
Navi Pillay è una difensore dei diritti umani che ha lottato contro la segregazione razziale e l’apartheid a fianco di Nelson Mandela e per difendere la legalità internazionale e i diritti dei popoli all’esistenza e all’autodeterminazione.
E’ un Premio Nobel conferito ad una persona che ha fatto dell’incipit del Preambolo della Carta delle Nazioni Unite la sua ragione di vita: “Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne”.
E’ un Premio Nobel a difesa del multilateralismo, del diritto internazionale dei diritti umani e della giustizia penale internazionale, in un’epoca in cui questi principi sono sotto pesante attacco da governi che vogliono far prevalere la legge della forza sulla forza della legge.
E’ un Premio Nobel a difesa della Corte penale internazionale, pietra miliare della costruzione di un mondo più giusto, pacifico e democratico, in un momento in cui gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova, criminale campagna per “smantellare mattone dopo mattone” la Corte penale. Strumento di giustizia internazionale che trova il suo fondamento giuridico nella Carta delle Nazioni Unite e nel Diritto della dignità umana. La sua legittimità e capacità d’azione va difesa, costi quel che costi, insieme al diritto internazionale dei diritti umani.
E’ un Premio Nobel contro la dilagante impunità, principale ostacolo alla giustizia per le vittime e i sopravvissuti alle violazioni dei diritti umani e ai crimini di guerra e contro l’umanità, e fonte di delegittimazione delle istituzioni politiche e dei principi dello stato di diritto a livello nazionale e internazionale.
Con questo Premio Nobel si è voluto lanciare un messaggio forte e chiaro ai leaders politici: la responsabilità di indagare e punire i crimini è un obbligo giuridico per gli Stati. Né la ragione politica né la ragion di Stato possono essere invocati per non rispettare questo obbligo. Nessuno può essere al di sopra della legge.


